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Cultura & tradizioni

Tarantismo e pizzica: la storia delle donne morse dalla taranta

· 3 min di lettura

Tarantismo e pizzica: la storia delle donne morse dalla taranta

Oggi la pizzica è festa: tamburelli, piazze gremite, migliaia di persone che ballano sotto le stelle alla Notte della Taranta. Ma dietro questa musica c'è una storia molto più antica e molto più cupa, fatta di campi assolati, di fatica e soprattutto di donne. Per capire davvero il Salento, vale la pena conoscerla.

La taranta e i campi

Per secoli, nel Salento contadino, esisteva un fenomeno chiamato tarantismo. Durante la mietitura estiva, sotto il sole, chi lavorava nei campi raccontava di essere stato morso dalla taranta, un ragno. Le persone colpite — in grandissima parte donne — cadevano in uno stato di malessere profondo: agitazione, convulsioni, malinconia, a volte un torpore da cui sembrava impossibile uscire.

Il "morso" non era sempre un fatto medico verificabile. Ma il dolore era reale, e la comunità aveva un solo modo per affrontarlo: la musica.

La pizzica come cura

Quando qualcuno "veniva preso dalla taranta", si chiamavano i suonatori. Arrivavano con violino, organetto e soprattutto il tamburello, e cominciavano a suonare la pizzica: un ritmo serrato, ipnotico, instancabile.

La persona morsa — la tarantata — iniziava a danzare. Poteva ballare per ore, talvolta per giorni, fino allo sfinimento. Si credeva che quel movimento frenetico servisse a "smaltire" il veleno, a liberare il corpo da ciò che lo possedeva. Era una terapia collettiva: la famiglia, i vicini, i musicisti partecipavano tutti al rito, fino alla liberazione finale.

San Paolo e la cappella di Galatina

Il tarantismo aveva anche una dimensione sacra. Le tarantate facevano un pellegrinaggio alla cappella di San Paolo, a Galatina, considerato protettore contro morsi e veleni. Il 29 giugno, giorno dei Santi Pietro e Paolo, vi si recavano per chiedere la grazia e bere l'acqua del pozzo. Religione popolare e rito antico si fondevano in un'unica, intensa speranza di guarigione.

Tarantella o pizzica?

Spesso i due termini si confondono. La tarantella è il nome generico di una grande famiglia di danze del Sud Italia. La pizzica è la sua variante salentina, e proprio quella legata al tarantismo prende il nome di pizzica tarantata. Esistono anche altre forme — la pizzica di coppia, di corteggiamento, e la spettacolare pizzica scherma, danza-duello — ma è la pizzica della cura quella da cui tutto è cominciato. Non a caso il grande festival si chiama "della taranta".

Lo sguardo degli studiosi

A rendere celebre questa storia fu l'antropologo Ernesto de Martino, che negli anni Cinquanta studiò sul campo il fenomeno e ne fece un libro fondamentale, La terra del rimorso (1961). De Martino lesse il tarantismo non solo come superstizione, ma come un linguaggio culturale: un modo, per chi non aveva voce, di esprimere un disagio profondo.

Non è un caso che a essere "morse" fossero soprattutto le donne. In una società dura, in cui avevano pochissimi spazi di libertà, il rito della taranta diventava l'unico momento in cui era loro concesso gridare, dimenarsi, essere ascoltate. La musica dava forma e dignità a una sofferenza altrimenti muta.

Dalla cura al palco

Con la modernizzazione e l'arrivo della medicina, nel Novecento il tarantismo è andato scomparendo. Per un periodo la pizzica è quasi sembrata destinata all'oblio.

Poi, a partire dagli anni Novanta, è arrivata la rinascita. La pizzica è tornata, non più come cura ma come identità: musica di festa, simbolo di un popolo che riscopre le proprie radici. Nel 1998 nasce la Notte della Taranta, oggi uno dei più grandi festival di musica popolare d'Europa, che ogni estate riporta a Melpignano, nel cuore della Grecìa Salentina, il suono antico del tamburello.

Ballare la pizzica oggi significa anche questo: tenere viva la memoria di quelle donne nei campi. Soggiornare in questa terra, a pochi minuti da Melpignano, è il modo più autentico per sentire quanto questa storia sia ancora viva.